Poesie

 

 

2017

2016

 

2015

 

2014

 

2011

 

 

2003 – da “Il canto della bellezza”, prefazione di Fabio Tutrone

 

2001 – da “Ad una compagna comunista”, introduzione di Alda Merini

 

2000 - da “Il tempo della bellezza”, introduzione di Massimo Cacciari

 

1999 - da “Sentimenti”, prefazione di Stefano Giovanardi

 

Paolo Borsellino

 

Servitore dello stato, tradito da infidi innominabili meandri dello stato.

 

Irrisolte verità!

Sepolte?

 

 

Sopravvive, Paolo,

nella memoria,

nel cuore

della sua città.

Nella coscienza  della Nazione.

 

sopra

~

L’approccio negato

Con improvviso e inaspettato

cambio di rotta

la pennuta creatura

sfiora velocemente

la mia nuca

riflessa dai primi raggi solari

Delicata. Pudica.

Guardinga.

Singolare approccio

Enigmatico.

Si espande nella dimora

l'odorosa essenza di zagara e limoni.

Vano il mio tentativo

di un confidenziale approccio.

Negato.

Impossibile.

m'appartiene,

le appartengo.

Un amorevole rapporto insoluto.

Come suole manifestarsi

l'evento animale

si palesa qual schema

ripetibile, prevedibile, invariato:

un suggestivo sacro divenire.

Come per l'umano.

La stagione della rondine,

il suo destino,

le sue migrazioni

gravide di insidie.

Il suo amore.

La capacità di sacrificio e di lavoro.

Il suo mirabile dramma.

 

 

Quello dell'umano:

una grande virtù dominata

dall'intelligenza del cuore.

Che a noi solo appartiene.

Unico traguardo percorribile

la sua fedeltà alla verità,

in un universo interattivo e complesso

di magiche opere.

Che appassiona ed emoziona.

Assetato di verità e conoscenze

il nostro elevato liberatorio cammino

 

 

Salgono i caldi raggi solari.

Lo stormo familiare scompare alla vista.

L'arrivo ci corposi gabbiani

mette sull'avviso i piumati volatili.

Presidiati e protetti i nidi

dai provvidi, cooperanti pennuti.

Dall'armonia circostante

ormi congedo

Pregnata di suoni, colori, odori.

Emersa,

con realtà e valori cangianti

ora dopo ora,

nel mirabile universo

riflesso nella luce dei miei occhi.

 

sopra

~

Il suo tempo. Il nostro.

Negata alla vista,

nell'anfratto appollaiata,

trilla agli ultimi bagliori solari.

Rondine migratoria

messaggera virtuosa, operosa.

Improvvisi i suoi stridi

- lunghe le silenti pause -.

Beata sua condizione,

libera,

nell'occasionale tiepido rifugio,

vive il suo tempo.

 

 

La sua sollecitudine protettiva.

La sua sobrietà.

La sua libertà.

La nostrra?

Compressa, violata

nel magma delle contraddizioni

del tempo presente

da egoismi e iniquità.

Il suo nitido virtuoso percorso.

Il nostro invocato auspicio

di un sentiero intentato.

 

 

Corrono le ore,

silente l'alata creatura.

Filtrano le prime luci rosate

dell'alba di Sicilia.

Rinnova il suotrillo

nella dimora odorosa

del fresco effluvio

della ginestra in fiore.

 

 

Pensieri notturni.

Uno spiraglio

per scelte eque,

per azioni generose.

Un possibile rimedio

al dolore del mondo.

Spicca il volo, ora.

A governare,

assidua, laboriosa

l'aerea nutrizione nelle ore diurne.

Un lungo pensiero:

un redditizio possibike proposito,

una innovata rotta.

Se provassimo a consumare poco.

Pochissimo.

Magica interazione

con la sua mirabile condotta,

con i suoi laboriosi adempimenti.

L'animo rasserenato,

la risentirò all'imbrunire del giorno.

sopra

~

La verità sepolta

Si piange

sul suo tragico commiato:

Aldo Moro,

attento a recepir

le altrui ragioni.

 

L’urbe testimone impotente

di una grande tragedia,

di una grande vergogna.

Oh! La nostra angoscia!

la nostra cecità!

la nostra impotenza!

Quel 9 maggio:

un grido di dolore

scosse la nazione.

Orrore!

Quel che pareva impossibile

accadde.

L’azione plateale, esemplare.

 

Pur se già da tempo

precise avvisaglie

precedettero

l’azione criminale.

Anche lui presago

dell’imminente pericolo.

Come Cesare, allora,

incredulo

all’arrivo

dell’agguato imminente.

 

Un’accurata regia,

una concentrata preparazione.

Nessuna trattativa fattibile!

nessun margine di salvezza!

Doveva morire!

Superiora premunt

 

E con lui

il disegno di un percorso intentato.

Chi sapeva, allora,

tacque.

Impotenti, supini.

Ora, per sempre, tacciono:

e sulle stragi: Milano, Bologna.

E su quella morte.

Una ferita aperta:

una comunità inquinata,

una innocenza tradita.

Quale vergogna.

Quel 9 maggio!

 

Si piange

sul suo corpo trafitto,

riverso.

Ora e sempre

si piange la sua morte,

e quella degli uomini della sua scorta.

Si piange

su una storia senza futuro.

 

Composta il 9 maggio 2014, in occasione del 37° anniversario della uccisione di Aldo Moro.

sopra

~

Prometeo

Avvinto nei ceppi,

su dura roccia

nella cima più alta

della solitaria, desolata Scizia.

Per un tempo perenne

torturato,

patisco la pena

imposta sa Zeus,

a me, Prometeo.

Il titano ribelle.

 

Non la baratto

con la giustizia,

la pena,

rinnego la realizzata missione.

Né pentimento,

supplico grazia

avendo carpito,

a disdoro del sommo potere,

il recondito fuoco:

l’artificio:

il duro arbusto roteante sul tenero legno!

 

Audace mediatore

fra il divino e l’umano

ho dischiuso all’uomo

nuove utilità,

nuove realtà.

Una provvida liberazione

per un’umanità affrancata.

 

Or qui,

nell’algida vetta,

straziato giorno dopo giorno

dal bramoso rapace

sconto la punizione

inflittami

dal sommo potere

(pur vasto il suo sguardo,

non infinito, né onnisciente).

 

Scelta definitiva la mia,

nell’inflessibile dolore.

Reso partecipe l’uomo,

mio amico,

di un’aurora

portatrice feconda di opere e azioni,

non sconfesso

la furtiva intrapresa:

necessitata e determinata per libera scelta e coscienza.

Un atto di riscatto

per un bene condiviso.

Il divino si fa uomo:

crea l’uomo

e il suo nuovo virtuoso destino.

 

Una nuova speranza

emerge,

affiorando nella mente,

nel cuore,

pur relegato, in eterno,

nel tremendo tormento.

Non vinto,

domato,

mi attorniano,

ora,

al calar del sole,

veleggiando su’ in alto

leggiadre oceaniche:

amiche visitatrici,

consolatrici.

Conforto al mio dolore,

annunziano

l’affiorante alba

di un nuovo giorno,

lo splendore liberatorio luminescente.

Congedandosi, in volo,

un loro audace sussurro,

appena accennato:

la futura nascita

del “figlio dell’uomo”.

 

Ispirata a “Prometeo incatenato” tragedia di Eschilo rappresentata il 460 a. Cr. (teatro di Dionisio, Atene)

sopra

~

Fedra

Insidiosa fiamma

le mie membra invade.

Da irrefrenabile sentimento tentata.

Oh,dei di Creta,

mia patria,

chiedo aiuto alla mia follia.

Per l’incestuosa trama,

che cresce in me,

a sicura rovina corro incontro.

 

Non so ancora

aprire il mio amore

al suo cospetto.

Inconsapevole,

il bel giovane,

dalle virginee fattezze

brucia i miei sensi.

Abietto l’intento

che mi muove e mi dimora:

incontenibile la voglia

di giacere con Ippolito,

mio figliastro.

 

Oh, me infelice:

mi nutro nel celato pensiero,

nel torbido subbuglio,

del suo casto operare,

del suo pudore.

A tale insano flagello,

si oppone,

la mia reputazione,

la condizione regale.

Si oppone la ragione,

il giusizio.

 

Oh, me, misera e fragile

Per tale immorale deriva!

Vorrei morire,

anelando

ad annientare,

con il suicidio,

l’innominata vergogna.

Mi dibatto, lacerata,

fra due opposte emozioni.

L’ostinata passione.

Gli ammonitori, severi valori morali.

 

Mi rifletto, indegna,

ahimè!,

nella sua immacolata purezza:

a lui mi prostro, disperata,

non matrigna,

ma serva impudente

perché lui si unisca a me.

 

Accogliete il mio grido

e il mio perdono,

dei di pietà e di virtù.

Non voglio, ciò che voglio.

Quod volo, me nolle!

Pietà, pietà

per la mia misera sorte!

 

Ispirata da “Phedra”, tragedia di Seneca (4 a. Cr. – 65 d. Cr.)

sopra

~

Lettera di Ero a Leandro

 

L’attesa,

Leandro, pervade

le mie lunghe giornate.

Trepidante e impaziente

brucio d’amore,

così come,

nella tersa notte,

arde,

a mo’ di faro,

la vigile torcia

in su la torre,

segnale e guida

al tuo percorso.

 

Da Alido, la tua dimora,

sino a me, a Sesto,

fra le mie braccia,

mio bellissimo amato.

Separati

dallo stretto lembo di mare,

l’Ellesponto,

-testimone, giorno dopo giorno,

del nostro clandestino rapporto

(ahinoi, per veto familiare) –

affida al tuo vigore

la treversata

e il tragitto che ti reca a me.

 

Ero, la tua donna

attende di cingerti

al seno,

di dare calore

alle tue membra provate,

grondanti d’acqua marina.

Attende di baciare,

a lungo, con ardore,

l’approdato suo uomo.

Ahime! Lente le ore

dell’attesa,

inerte io nella vuota monotonia

della mia fragile esistenza!

Inane

le lunghe giornate

nella bruciante attesa

di unirci in prolungato amorevole amplesso.

E’ quel che mi concede il destino!

L’inerzia logorante

della tua giovane donna di Tracia:

l’attesa:

che poi è l’umiliante condizione

delle donne della nostra terra!

 

Ma ora, solo tu ci sei,

amor mio:

mi nutro del tempo presente:

il mare sopito

accompagna

il suono conciliante delle onde.

Rischiarato da bianca luce lunare

asseconda, oggi,

alfine,

il tuo approdo felice.

 

Oh, felice condizione!

I nostri prolungati abbracci,

le nostre intense pulsioni,

l’incendio dei nostri sensi,

il nostro appagante languore:

grazie, mio giovane greco,

grazie, caro Leandro.

 

Quel baleno

mi sopravviene

triste presagio:

che sarà di me,

di noi,

quando la volgente infida stagione

renderà impetuose le onde marine?

impervio il tragitto

del mio intrepido delfino?

un percorso d’amore

approdante a tragico evento?

Oh, noi miseri!

 

Ma ora, pur in angoscia,

comprimo il balenante timore

che invade la mente:

mi ritraggo in solitudine,

nella cella disperante

dell’attesa.

Oserò, io,

chiederti, Leandro,

di attraversare il mare procelloso?

Consentirò

il tuo temerario tragitto d’amore,

pur se oggi favorito

da bella stagione?

 

Ispirata da “Heroides” 19° EpistulaHero Leandro” (Ovidio, 43 a.Cr. – 18 d.Cr.)

sopra

~

Arianna a Teseo

 

Disattesa

La paterna volontà,

ti fui, Teseo,

decisivo ausilio

nell’ardua tua impresa.

Abbattesti il Minotauro,

l’orrendo mostro,

che, anno dopo anno,

si nutriva di giovani vittime ateniesi,

a Creta offerte

dalla sottomessa Atene,

quale imposto tributo.

 

Bello, forte, come un dio,

m’apparisti, Teseo.

Di te invaghitami,

nobile giovane ateniese,

tradendo la fiducia del sovrano di Creta,

favorii la tua risolutezza,

il tuo fermo proposito

di riscatto liberatorio.

 

Dal labirinto

incolume uscisti

accompagnandoti, a ritroso,

al rosso filo

del salvifico gomitolo,

che, complice innamorata,

ti porsi.

La spada insanguinata,

vittorioso brandisti,

mio Teseo.

Dall’insidioso recinto

infine libero.

 

A te mi unii,

Teseo,

coniugando

al tuo vittorioso ritorno in patria

il mio giovane destino.

Al nostro ritorno!

amor mio!

 

Nell’isola di Dia,

rifugiammo

nel prosieguo

del nostro trionfante

viaggio di ritorno.

Qual felicità,

mio Teseo,

approdare, festanti,

mano nella mano,

nelle levigate spiagge,

indorate

dal languore

del rosseggiante soffuso tramonto.

 

La notte ci accolse,

uniti, mio Teseo,

nell’integrità

del nostro vincolo amoroso.

 

Al primo chiarore dell’alba,

mi avvicinai nuovamente a te.

Scomparso dal giaciglio,

impietrita gridai il tuo nome,

disperata, correndo per la fredda sabbia.

“Teseo” urlai:

l’eco del tuo nome

ritornava, di rimbalzo,

dall’antistante rude promontorio:

Teseo, Teseo, Teseo.

 

Il veliero

già veleggiava distante:

Teseo e i suoi uomini,

ormai, verso Atene.

Il mio amato

a vele spiegate

si avviava

a cogliere in patria,

il trionfo, la gloria

dell’adempiuta missione.

 

Oh, me disperata,

tradita.

Abbandonata, nel sonno,

sola nell’isola deserta.

Teseo, gridai, ancora,

più e più volte a gran voce.

Spergiuro, Teseo,

infido, crudele.

Urlai ancora accasciandomi sulla nuda spiaggia

imbiancata da luce lunare.

 

Vinta, reietta,

ormai, da Minosse,

padre da me tradito,

relegata

dall’ingrato ateniese,

cuor di pietra.

Svenuta, come morta,

si spense il mio lamento.

Sollevatami dal mortale torpore,

avvertii, d’un tratto,

calda confortevole caretta:

impietosito, Bacco,

sopraggiunto

a salvarmi da morte sicura.

 

Mi sollevò qual stella fra le stelle,

su, su, nel terso cielo di Grecia.

Teseo, ingrato, improbo uomo,

potrai mirarmi,

ora, dalla lontana Atene,

sposa felice di Bacco,

stella fulgente

nel biancore di nuova costellazione,

donde, rasserenata,

sovrasto il tuo tradimento.

 

Ispirata da “Heroides” 10° EpistulaAriadne Theseo(Ovidio, 43 a. Cr. – 18 d. Cr.)

sopra

~

Lettera di Penelope ad Ulisse

 

Volge a sfiorir, ormai,

la gemma della mia giovinezza:

don qui

ad evocare

il suo della tua voce,

la luce dei tuoi ogghi,

la tua presenza, Ulisse.

 

Nelle lunghe notti insonni

mi dispero: nella cella del cuore

giaccio con te,

mio vigoroso sposo,

da me lontano.

 

La tua generosa mano,

invano con la mia.

Oh, Ulisse,

il nostro tempo!

quanto è decorso

un lungo tempo

senza tempo!

riaffiora

la nostra stagione amorosa

alle prime luci dell’alba

sulle mie lacrime sparse!

 

La guerra di Troia ci divise,

ed ora, pur vinta,

tuttora ci divide,

mio vittorioso combattente.

 

Mi sovviene, ora, il tuo vivido palpabile essere,

pur tremendo

fra le tue braccia tu sia

di giovane infida donna.

Sopravvive quel nostro tempo

d’amore

tu vigoroso,

forte e tenero ad un tempo!

 

Nel mio chiuso recinto

di solitudine,

or qui con me,

Telemaco,

il nostro figlio giovinetto,

germe del nostro amore,

anelando pur egli

al tuo ritorno,

all’abbraccio col padre,

qual amorevole guida.

 

Torna, Ulisse,

troppo tempo

mi ha diviso da te!

torna, mio sposo invocato!

Scemando le speranze,

e pur fidente,

a te sempre fedele.

Torna,

or che gli anni

bianca coltre

sulla mia bruna chioma

hanno lievemente soffuso,

a velo di malinconia

espanso

sul volto della tua Penelope.

 

Un tremolio del cuore

m’induce a sperare

il tuo provvido ritorno:

avverto la sommersa, latente emozione

di Telemaco,

la riacquisita complicità filiale.

Mi schiudo a nuova stagione,

amor mio!

 

Il tuo glorioso ritorno,

la tua ultima vittoria,

sia dell’armi,

sia del cuore.

Fiera di te,

mulier fidelis,

al mio fianco, tu.

Ora. Sempre.

 

Ispirata da “HeroidesIa Epistula “Penelope Ulixi” (Ovidio, 43 a. Cr. – 18 d. Cr.)

sopra

~

Canto di Antigone al fratello Polinice

 

Da me,

l’atto d’amore mio Polinice,

trafitto e sconfitto.

Il tuo corpo spoglio

immoto giace

sulla nuda terra

che ci nutrì.

 

Ora a me,

tua devota sorella

affidano gli dei

l’onore

la tua degna sepoltura.

 

Le prime luci dell’alba:

cospargo di terra e gronde

i tuoi resti mortali,

il pietoso rito

fieramente negato

dal vincitore e signore.

 

Imposto il divieto

dal nuovo padrone di Tebe

a te, fratello,

offro il mio sacro adempimento,

con equità

dagli dei voluto.

 

Io “non per odio nacqui,

ma per amore”.

Piango sulle tue aperte ferite,

irrorando

i tuoi freddi resti mortali

di pia libagione:

una, due, tre volte.

Ebbra di felice volizione.

 

A cagione dell’empio editto,

ti seguirò nella morte,

mio amato.

Dormi sereno,

dormi Polinice,

dormi in pace.

Raggiungi la valle dei giusti.

Sii felice,

come io lo sono,

ormai sulla soglia

dell’agognata fine.

Dissolte, anche,

ormai,

le nozze con Ermone,

mio promesso sposo,

figlio innocente

del sovrano

dall’odio accecato.

 

Pago con la vita

l’onore e la pietà

che ti porgo

dal cavo del cuore.

Disubbidiente alla regola scritta.

Ti seguo fratello,

nell’Ade,

a te sempre vicina,

nell’alveo amorevole

degli spiriti liberi,

nella quiete delle anime elette.

Integra serva, io,

di supreme leggi

non scritte.

Infine, appagata.

 

 

Ispirata da “Antigone”, tragedia Sofoclea, rappresentata la prima volta ad Atene il 442 a.Cr.

sopra

~

 

Sogno, alla madre

 

Mi stupisce, ora,

il conforto

del tuo perenne mattino:

sconosci il tramonto.

M’incanta

L’indicibile bellezza

Del tuo essere, oggi.

 

Speranza del mio futuro,

figlia e specchio della luce,

attendo, sereno,

di ancorarmi,

- quando sarà -,

alla rada

della tua felice sovranità spirituale.

sopra

~

 

Sogno, a Chiara

 

Il più incantevole dei sogni

mi accoglierà

nel tuo sonno.

Non dimenticarmi.

 

Entro nei tuoi occhi dormienti.

In una rada celata

avvolta da coltre lunare.

La bellezza dei tuoi pensieri.

sopra

~

 

Canzone spirituale

 

Sembrava

d’averti persa

nella memoria.

T’ho ritrovata

al brunir del tramonto toscano.

Stupefacente improvviso passaggio.

Inesprimibile sentimento dello spirito.

 

Canto, ora, Bernardina,

la canzone allora dentro carezzata,

trattenuta

in lungo consapevole silenzio,

nell’àlgida morsa

del fluire del tempo.

 

Approdo

Dopo accidentato percorso,

al tuo sentire.

Alla stessa innocenza emotiva

Della nostra giovinezza.

All’intentato presente.

 

Attingo, ora,

trepidante,

all’acqua sorgiva.

Alla fonte generosa

di originarie virtù

sopra

~

 

Un nuovo giorno

 

Irresistibile

Emerge l’aurora.

Spoglia. Superba.

 

Perenne messaggera,

propone

gli eventi del giorno.

La bellezza futura.

Il travaglio dell’esistere.

 

Brillano i tuoi occhi

Nel nitido orizzonte,

offrendo

al mio sguardo

dorate distese di grano,

ondeggianti alla brezza.

sopra

~

 

Mia madre

Ma mère

 

 

Nobile donna

rinasce il ricordo

vivi nel sogno

Noble femme

Le souvenir renaît

Vives en mon rêve

sopra

~

 

Mia figlia

Ma fille

 

 

Schiudi la bocca

qual rosso melograno

al primo sole

Entrouve les levres,

en un sourire,

quel rouge granadier

au premier soleil

 

 

 

sopra

~

Canto per la morte di una combattente cecena

 

Pallido il volto,

esangue

quale bianca pietra

di fiume ceceno.

Immota. Piegata.

L’ultimo respiro vitale.

Aneli a cingere al petto

il tuo uomo,

morto in trincea.

L’amato consorte

ha preceduto la tua corsa fatale.

Tutto è ormai finito:

tendi

al definitivo approdo,

al tenero legame,

alla gratificante consolazione,

al podio della gloria.

 

Ormai spenta,

il capo reclino

sulla nera veste,

nobile donna di Cecenia,

travolta da venefica pozione.

 

Or piango

la tua tragica fine.

La tua passione per una terra ferita:

le dissolte radici,

l’identità violata.

Piango la tua fede,

il tuo dignitoso fermo coraggio,

onorata combattente.

 

Piango

l’ardua bellezza della tua scelta.

Non ti dimenticheremo,

cara patriota.

Per sempre

terremo l’emozione,

e il ricordo della tua storia.

La sofferta resistenza del popolo di Cecenia.

Il destino

di fede e di morte.

Il tuo messaggio di libertà.

 

 

Poesia composta in occasione della strage del teatro Dubrovka a Mosca. 26 Ottobre 2002

sopra

~

 

Concerto per la pace

 

Delicati,

e poi intensi, maestosi

i suoni delle trombe, dei piatti,

dei tamburelli, del liuto, del timpano.

Soavi, quelli dei violini:

la musicalità, quasi lamento,

cui segue crescente l’attacco festoso.

 

L’orchestra araba,

- a fronte dell’altare maggiore

della Cattedrale -,

diffondeva armonie di pace, libertà, amore.

Vibranti, ispirate le voci modulate

delle cantanti, una ebraica, l’altra palestinese.

L’assemblea ecclesiale di Catania,

emozionata e partecipe

ai messaggi di liberazione

e giustizia

preposti al solenne concerto.

Magica notte della Natività!

prodigiosa comunione

di elevati reciproci pensieri!

 

La notte della nascita

del figlio dell’Uomo,

la notte dei canti

per la pace,

per la tolleranza e l’accoglienza.

La notte dei nobili sentimenti:

quelli che vedono la luce

nell’ora della tragedia,

nell’ora della tempesta.

Quei sentimenti

che ritrovano, nel dolore,

i fiori sempre profumati

delle umili virtù

delle forti verità.

 

 

Notte di Natale 2002, Cattedrale di Catania.

“Concerto per la pace” dell’”Orchestra sinfonica di Nazareth”.

sopra

~

 

Inno alla speranza

 

Dal buio labirinto

flebili sussurri.

 

Dal cono d’ombra,

provvida guida,

emerge la speranza,

che avanza

incontro a fioca luce.

 

Da tenui risonanze

cresce

l’armonia dei suoni.

Dalle tenebre,

uno squarcio luminoso

irrompe repentino.

Appassionata, ora,

intensa, esplode,

s’effonde sovrana

la sinfonia di Beethoven,

la bellezza musicale

del maestoso, festoso trionfo

delle note,

nel vivo brillìo della luce.

 

Fidente, ascende,

nell’esteso bagliore,

il canto solenne della speranza,

l’inno sonoro alla gioia.

L’ode universale

alla pace, alla libertà.

sopra

 

 

 

 

~

 

Donazione

 

Risale

il secchio dorato

colmo di bontà.

Semplice,

offri parole accoglienti

al viandante

che s’affaccia

all’uscio

della generosa lucente dimora.

 

Gli occhi ridenti

carezzano

piccoli grandi eventi.

Forte e operosa procedi.

Rasserenanti pensieri.

Integra donazione.

Qual fiorente arbusto,

dal legno duro

e, a un tempo, delicato:

attenta testimone

del nostro tempo.

 

Torna il germoglio

di primavera che s’avanza.

Sei, qui,

nulla chiedendo:

dalle pene attendi

e i dolci frutti e i fiori dischiusi

nel cuore ricettivo.

 

Pur nell’affanno

dell’età matura,

ti muove

giovane sentire.

Goccia su goccia,

riverberi attorno

gradevole fresca

rugiada d’amore.

sopra

~

 

Nuovo mattino

Metrica ”Haiku”

Nuovo mattino

ci accoglie ospitale

amorevole

 

Stagione nuova

maestosa incede

al nuovo amore

 

Amica soave

sconosciamo la trama

quale tracciato?

 

Tienimi a te

cautamente sognando

un nuovo sole

sopra

~

 

Nuova stagione

Metrica ”Haiku”

Spoglio virtuoso

aperto pensiero

in te dimora

 

Tenace dischiudi

fedelmente germogli

di primavera

 

Nuova stagione

espande rinascendo

fior di speranza

 

Splenda la luce

dagli occhi celesti

mite sorriso

sopra

~

 

Novazione

 

Spoglia, disadorna

m’apparisti

nel breve incontro crepuscolare

di mezza primavera.

Vitale, viva,

nel tempo presente.

Parole, dicevi, generose,

gli occhi ridenti.

L’eloquio attivo, fecondo.

Il tocco dei bicchieri,

l’augurio di felicità,

adagiata fra noi

la piccola rossa,

l’effluvio odoroso

nel cuore ricettivo.

 

Al cospetto

della tua giovinezza

immoto

mi presento a te,

col bagaglio

di lungo accidentato percorso.

Volevo dirti di me

nel breve incantevole fluire

del nostro confronto.

Estranea la realtà circostante.

Misurate, prudenti parole,

innocente il lampo

delle luci degli occhi

nel mobile viso.

Adornato

da chioma fiammeggiante

alle luci del lungo tramonto.

 

Giovane donna comunista,

sei il Partito,

sei la mia rivoluzione,

la speranza

di un tempo intentato.

Sei un mio audace,

tenero pensiero.

Non oso proferire parola

alla tua integra,

genuina esistenza.

 

Vorrei dirti di me,

se vorrai.

Vorrei porgere,

nel cavo delle tue mani nude,

i germogli

rifiorenti di nuove stagioni,

la recuperata speranza

che affiora timorosa,

generata dal passato percorso

di dolore.

Volendo dirti di me,

mi congedai

quella sera,

imprimendo

sul dorso

della tua giovane mano

bacio riconoscente

di trepida attesa.

Il temerario affidamento

per un nuovo tempo,

senza tempo,

per un audace

incantato pensiero.

sopra

~

 

Nuova resistenza

 

Il flauto

scandisce l’armonia

musicale.

Accompagna i sonetti di Shakespeare.

In te raccolto

improvviso m’appare

il tuo albionico volto.

Il dolce sorriso.

La luce dei tuoi occhi

indugia sui miei

nel sogno celati.

Mi par udire il suono

del tuo eloquio soave.

 

Ti rivedrò domani,

amabile compagna.

M’accoglierai

fra gli amici

del sabato sera.

Le adulte mani porgerò a te,

perché le stringa fra le tue.

 

Sogno emergente

di questa tarda primavera siciliana,

avrò tanto da proferire:

le nostre volgenti battaglie,

quelle contro la nuova signoria,

contro l’impostura e l’inganno,

il declino culturale.

 

Ma avrò, anche, tanto da confidarti

dei miei intimi pensieri.

Sei nella cella del mio cuore,

schietta compagna.

 

Mia soccorritrice.

Sei la speranza

del mio tempo,

di un amorevole percorso,

di un’alba nascente

dal ciarpame

degli eventi presenti.

 

Il calo mio sangue

accogli nei pensieri.

Concedimi

di rapire il tuo cuore

con la parola,

che, impetuosa,

sgorga dal mio canto.

Dai versi.

Perché tu sopravviva,

al mio declino,

cara compagna.

Ultima fiaccola

della notte solitaria

rischiara

i miei passi futuri.

Accoglimi,

generosa,

fra le braccia

perché possa giungere

a cime inesplorate.

 

Consentimi

di celebrare

la nostra alleanza,

un progetto comune.

Un concorde fluire:

romantico,

e pur volto

a un nuovo progetto sociale.

Qual temeraria speranza!

quale ardita proposta!

Attendo, impaziente,

tuoi sommersi messaggi,

tuoi nobili

generosi segnali.

 

Mi acquieto in te,

cara ispiratrice,

con le note musicali seicentesche

e i dolci versi:

m’abbandono

nella luce dei tuoi occhi.

 

“Shakespeare  Sonnets” – Musica e poesia – Real Albergo dei poveri – Palermo – 15 Giugno 2001

sopra

~

 

I giardini di Marte

 

Terra, terra!

Il grido della ciurma.

L’anelato vittorioso approdo

della caravella di Colombo

nell’inesplorata regione oltre Oceano.

Cinque secoli appena.

Acqua, acqua!

L’austero pianeta

non più inaccessibile,

misterioso.

 

Acqua su Marte,

nostro fratello pianeta.

 

Sul dente più alto

della vetta rocciosa

pianteremo,

quando sarà,

un frassino.

Albero del mondo.

Arbusto di nuove fioriture.

Spanderà i suoi rami

Su dirupi scoscesi.

sopra

~

 

Tempo presente

 

<<Come la mela dolce rosseggia al sommo del ramo, alta sul più altro e la dimenticarono i coglitori: no, non la dimenticarono, ma non riuscirono a raggiungerla>>

(Saffo)

Il tuo silenzio

accompagna questi ultimi giorni

dell’anno.

Il silenzio fidente

dell'amorevole attesa,

del dolce pensiero d’amore.

Il silenzio che raccoglie

i miei pensieri.

Perla preziosa della mia vita,

son presente in te,

con te,

nel fluttuante corso

delle vicende e dei fatti quotidiani.

Un’incantevole condizione di cuore e di mente.

 

Vivi felice,

con sicurezza e fiducia,

il tempo presente, consapevole, tu,

della grande scelta,

della difficile prova.

 

Condizionati

i richiami sensitivi del mio corpo,

- per volontaria

scelta d’amore -,

rinasco uomo nuovo,

che si abbandona

fra le tue braccia,

al tuo destino.

Son rifugio in te,

lampada a te stessa,

in questa

novazione-donazione

che rende immortale

il nostro amore.

Con limpido cuore,

puro di mente,

vivo la verità,

l’ebbra realtà,

nella dimora segreta

della tua vita.

 

Delizioso corallo

dei mari di Sicilia,

mi tengo stretto a te,

in questo nostro infinito viaggio.

 

Rapidamente

il destino ha messo in movimento

tutte le cose,

scompigliando e ricomponendo

il mosaico della nostra vita.

Ha messo in movimento

i nostri sentimenti

in un tempo presente,

reale, assai reale,

che viviamo

come sogno.

Ma sogno non è.

 

Il tuo silenzio

accompagna

la brezza favorevole

che gonfia le vele

del nostro felice viaggio,

e che spinge

il battello

verso una rotta

che tu tracci e conduci

con amorevole guida.

Rimuovendo e schivando

I casuali accidenti

dell’esaltante percorso,

le mutevoli ondate

che si abbattono

e si ritraggono,

nel moto marino.

 

Immutabile guida,

sapiens nauta, seguo, assieme a te,

il rapido corso

nel magico viaggio.

sopra

~

 

Storia romantica

 

<<Come la luce vive

d'innocenza

il mondo vive dei

tuoi occhi pure

e va tutto il mio sangue

nei tuoi sguardi>>

(Paul èluard)

Cento e cento germogli

sbocciano

sui tralci

dell’albero in fiore.

Oh, incantevole condizione

dei nostri spiriti!

Mi corrispondi compiutamente,

ora,

aderendo, genuina,

pienamente,

ai miei pensieri,

alle vigorose pulsioni

del mio sentimento.

Per spinta naturale,

quali speciali molecole

in confluente

e travolgente attrazione,

siamo assieme,

Flora,

in  un tenerissimo abbraccio.

Felice combinazione

dello spirito e dei corpi.

Prodigiosa fioritura

Di una straordinaria stagione.

L’adulto arbusto

ricettivo

di un giovanissimo innesto.

Quante stagioni,

quante fioriture

nel nostro viaggio?

Flora,

se potessi arrestare

il tempo!

il mio!

E il fluire

degli anni venturi!

Grazie,

munifica, intelligente fanciulla,

per la misurata

e a un tempo veemente risposta

d’amore.

Grazie

Per la fortissima intesa

che ci lega.

Indissolubile.

 

Corrispondo al tuo affidamento,

con salda coscienza,

raccolto

sulla nostra storia

d’amore.

Costruita,

ora dopo ora,

giorno dopo giorno.

In felice armonia.

 

9 novembre 1996

sopra

~

 

Afeef Jnifen

 

Le braccia issate

batti le mani

all’incedere lento e maestoso

delle modelle tunisine.

Diafane, o ambrate.

Misteriose,

nei velati abiti ricamati,

fluenti sino alle caviglie.

I fregi dorati dei drappeggi.

Le creazioni arabo-libanesi

di Elie Saab.

 

I ritmi musicali arabi

accompagnano,

con vibranti intense modulazioni,

i sinuosi movimenti delle donne

altere e sensuali.

Ridondante il lamento

dei flauti,

imperiosa la sonorità

dei tamburi e degli ottoni.

 

Scintillano, festosi,

i tuoi occhi scuri, Afeef.

Il tuo aperto, schietto sorriso.

Scandisci con le mani

in alto

il passo delle donne in défilé,

i tempi musicali.

 

Semplice e disponibile

accogli ora

l’ingresso di Georgianna,

eretta come alto giunco.

Bella fra le belle.

Come te,

splendida

principessa berbera.

 

Afeef,

loro amica e compagna,

or sei qui con loro.

Guardi e sei guardata.

 

Caldo sole del Mediterraneo,

gemma dei giardini di Tunisi,

or germogli, Afeef,

qual giglio profumato

che fiorisce in terra latina.

 

Roma, 15 Luglio 1998, Hotel Plaza.

In occasione del défilé dello stilista libanese Elie Saab.

sopra

~

 

La zolla che attende

 

Un velo di stanchezza

segna il tuo volto

sorridente,

un’ombra esitante traspare

negli occhi dorati.

 

Ti ho cercata.

Leggiadra mi appari, ora,

eretta e prestante,

il passo sicuro.

 

Lo sguardo suadente,

segui, attenta,

il mio eloquio;

mi porgi, fidente,

una stilla

del tuo giovane cuore.

Ti sento vicina.

Rassicurante.

 

Inatteso il nostro incontro,

pur nel magma

del tuo recente impegno politico.

 

Matura il sentimento,

qual filo d’erba

che, teneramente, si affaccia

dalle insperate fessure

dei rupi montani.

Esile e forte.

 

Or sei qui con me.

Semplice e schietta,

mi scruti e t’offri,

prudente.

Forse fiorisce

Il tuo pensiero

Alla mia intrepida offerta.

 

Oh, caldo tramonto di giugno,

cara donna si Sicilia,

attendo, domani,

l’alba innocente di una nuova stagione.

Forse si rinnova

Il tardo germoglio

di una rosa vermiglia

nella zolla che attente

 

3 giugno 1998

sopra